La conquista di Roma
essuno cui chiedere informazioni. Uno dei due battenti del portoncino era chiuso, l'altro socchiuso; il deputato si cacciò per un andito semibuio e vi fece sei o sette passi, sino a che arrivò a un
un sudicio biglietto da visita che portava un nome e un cognome: Alessandro Bertocchini. Sangiorgio
le tempie, comparve: l'onorevole si toccò il cappello e domandò se vi fosse il signor Alessandro Bertocchini. Era appunto lui, l'uomo dal naso peperonico e dal viso scialbo. ?Non si affittava un quartino mobiliato, a quel terzo piano?? Il sor Alessandro squadrò l'onorevole Sangiorgio, adocchiò fra lume e lustro la medaglia d'oro e d
col suo filo di voce fa
a una consolida dal marmo bianco, su cui stavano due grandi lampade a petrolio, un orologio fermo e tre fotografie nelle loro cornici. Al muro, uno specchio lungo e stretto, un po' verdastro, nella cui cornice erano ficcate, come ornamento, certe piccole oleografie, rosse gialle e azzurre, il Re, la Regina, e il principe ereditario: accanto alla consolida, due sedie di legno e di lana cremisi. Dinanzi al balcone u
a voce strascicata ed esile, guardando in aria, con le ma
ni sporgevano. Dietro i tetti di una casa un ramo secco di albero spuntava. Dal fondo del cortile saliva un forte odore di cucina, di rigovernatura e di acqu
ano di legno un po' macchiato, qua e là enfiato, come se vi fossero stati poggiati dei bicchieri bagnati: sopra, due candelieri di ottone, senza candele. La toletta era collocata nel vano del balcone; anche qui le tende di merletto che uscivano da un panneggiamento di tela a stampa, fondo ner
domandò l'onore
fischiò la flebile voce del sor Ales
serv
carpe. Otto lire al mese..., anticipate?, e respirò profondamente, pass
. ottanto
ussione, o non volendo sciuparlo. Quando stavano per uscire dall'appartamenti
sso li
nascoste nel manicotto, gli occhi chini, come raccolta in un pensiero. Ed era tanta la dignità e la dolcezza di quella figura femminile, che l'onorevole Francesco Sangiorgio, involontariamente, salutò. Ma la moglie di Sua Eccellenza non si accorse di quel saluto e passò avanti, risalendo verso l'Angelo Custode, lungo il marciapiede; e in Francesco Sangiorgio restò un forte dispetto, il pentim
minili, uno di questi scritto con inchiostro violetto e con una calligrafia muliebre, sopra un pezzetto di cartoncino rosa. Alla porta a destra: Virginia Magnani, venne ad aprire una servetta spettinata che guardò in faccia Sangio
Scusi, sa, il modo come la ricevo, ma la mattina non si finisce mai di vestirsi: si va a teatro, qualche
loquela di quella piccola femmina che
dato qui
sign
alla mattina alla sera, mai un minuto di riposo, me lo diceva sempre, quando si chiacchierava un po' insieme, chè era tanto compìto, l'onorevole Santinelli: - Sora Virginia mia, non ne posso più. - Questo qui, come vede, è il salotto, decente ed elegante, questa tappezzeria è tutto lavoro mio, di quando
non era molto diverso da quello di Via Angelo Custode: vi era più tappezzeria sbiadita, un maggior numero di fotografi
o. Vi è una piccola biblioteca, per i libri, perchè io ci ho avuto sempre dei deputati stu
gnora:
ò affidare a me la sua roba, marsina, soprabito, pelliccia, quello che sia, che la conserverò nel mio armadio, fra i miei vestiti e vi starà benissimo. Qui vi è tutto, concolina, brocca, lavapiedi per l'acqua, il le
, Francesco
ato pe
n Basil
gno niente: se dovessi vivere col far l'affittacamere, starei fresca. In anticamera vi è una porta di comunicazione
hietti chiari di gatta.
, non so,?
ua signora, ci è qui, sullo stesso pianerottolo, mia sorella Restituta Coppi, che ha disponibili delle camere; quelle di mia cognata, al secondo, non gliele posso raccomandare
sign
re un'altra sora Virginia per ammogliarmi, ma non ve ne sono più. - Dicevamo dunque, centotrenta lire il mese, è proprio un prezzo economico, poi ci è il servizio di dieci lire al mese a Nanna, ci è il gas, per le scale, sino alle undici, cinque lire. Al caso, posso pensare anche io alla imbiancatura, ho una lavandaia buonissima, lava con acq
iorgio serbava il contegno freddo delle pers
e era diventata aspra, pel silenzio di Sangiorgio, ?che intende Ella di fare? Io ho
tato, in cui la natural diffidenza del provinciale
ebbo mandare a ritirarlo alla Camera??
comodi, m
ne di volontà che si fece condurre, in carrozza, in Via del Gambero, 37, poichè non ancora conosceva le vie. La strada aveva l'aria misteriosa delle parallele al Corso, le vie scorciatoie che scelgono gli uomini frettolosi e le donne preoccupate: dal grande palazzo Raggi, che ha un cortile come una piazza, un portone sul
qui, al terzo pia
re; vuol
ei ve
ze di seta rosse si vedevano, smorte. E nella floscezza scialba delle guance di un biancore punteggiato di lentiggini, nel pallore violetto di una bocca dal disegno infantile, s'indovinava un viso che una volta era stato rotondo, roseo e che si era a un tratto appassito, vuotato, come quello di una pupattola a cui è sfuggita la crusca da un bucherello. La scala era larga e girava ampiamente, caso
eputati hanno dei q
ettendo la chiave nella toppa della porta a destra: anche al terzo piano, non vi era alc
vi era un caminetto, un vero e buon caminetto, l'estremo lusso delle case borghesi romane. ?Qui si può accendere il fuoco e dopo pranzo d'inverno, è un piacere,
? domandò Sangiorgio, c
on sorriso malizioso che le aggrinzò
qui?? interruppe Sa
nta lire
a c
m
ttate
sign
embra
non è caro, nel centro di Roma, a un passo dal Corso. Non faccio per van
tta del parrucchino sulla fronte. I
,? insi
tutto questo in Via del Gambero per meno di centottanta lire, caro signore, Le assicuro che non è possibile. Il deputato del primo piano ci è venuto da quattro anni e vi si trova benissimo, non se ne va più; il deputato del s
ma tutte queste c
lla di buono come questo. Sono sicura che ci ritorna, si
n velo marrone che avvolgeva il berrettino di lontra, la testa, il collo, il mento, sotto cui
a portinaia. ?Andrà cer
li occhi, l'onorevole Sangiorgio vide quella irriconosci
tega di fioraio, piena di portafiori di giunco, di vimini dorati, di tronchi grezzi, che aveva, nella mostra, delle rose invernali, e financo in un vasettino, un ramoscello di mughetto, una primizia delicata. La scaletta era di marmo, netta, illuminata, dall'alto, da una finestra sul tetto. Sopra ogni pianerottolo davano tre porte, di legno biondo, un acero venato, coi pomi lucidissimi di ottone, per bussare. Un servitorello in mezza livrea venne ad aprire, subito, e fece entrare l'onorevole Sangiorgio in un salottino semibuio, dicendo che la signora sarebbe venuta a momenti: l'on
ire?? chies
: lo specchio era ovale con una cornice di legno, intagliato; una dormeuse, lunga e bassa, era distesa presso il balcone, innanzi a cui pendevano delle tendine larghe, di mussola ricamata, molto fitta: senza bracciuoli, a pieghe profonde, esse trascinavansi per terra. Una grande raggiera di fotografie era disposta bizzarramente sul muro, come se vi fossero state buttate a caso: un tavolincino da scrivere, minuscolo, su cui era appoggiata una co
o da toletta,? mormorò la
incomodare? sog
vedere: è importante, ha
inò neppure gli occhi sul lavabo di marmo, dai cui bastoni di legno giallo pendevano gli asciugamani spiegati: aprì una po
la diventare più bianca. Nel suo vestito nero, dalle pieghe statuarie, con la pallida e quieta facci
ante, per me,? disse. ?Mi piace m
on ci credesse, con una lusing
osi, ?ho bisogno di tranquillità pel mio lavoro, null'altro. Sto molte or
corso: poi la richiamarono, dovette partire.
ndò il deputato, dopo u
isse la signora, con trascuranza, radd
ù, il gas?? chiese con una curiosi
si con Teresa, la
e,? mormorò l'altro, c
ale, ricondusse sino alla porta il deputato, senza neppur chiedergli se avesse intenzione di
claustrale, di badessa nobile, dall'abito nero e dal goletto bianco. Mentre andava, con indolenza, per Via Mercede, gli si ripresentava alla fantasia il salotto bigio e roseo, così dolce nella sua semplicità, la camera azzurra tutta velata di bianco, e le doppie tendine, fluttuanti, ondeggianti, che le davano un carattere intimo, di nido involato in alto, lontano dal mondo. Tutti quei mobili, la dormeuse
ovale pallido, quella carnagione di avorio della signora, su cui scendevano le onde molli dei capelli castagni. Involontariamente, e
una malizia filtrava dalle sue parole leziose. Chissà! doveva essere stata bella, la portinaia dal parrucchino ignobile, fors'anche elegante: doveva aver tutta una singolare istoria che egli non le aveva dato il tempo di raccontare, com'ella desiderava. La sora Virginia invece gliene aveva narrata molta parte, della sua storia: ma che era questa moglie che leggeva romanzi, mentre il marito cucinava gli gnocchi, in cucina? E dall'abbattimento egli risorgeva, a grado a grado, con una curiosità crescente per tutti questi enigmi femminili: la visione della signora russa, il mistero di quella figura mistica, in Via Capo le Case: la visitatrice di Via del Gambero e il suo seg
ndo, a una nave pesante mercantile, una di quelle navi nere e piatte che approdano nei piccoli porti di Torregreco e del Granatello a Portici, a portarvi carbone e a caricare maccheroni: accanto a lui, il fido amico, il de
onorevole Piccirillo narrava un fatto grave, senza dubbio, gesticolando, agitando la mano storpiata in duello con l'onorevole Dalma, afferrando il bottone dell'amplissimo soprabito del duca di Bonito che sogghignava e sghignazzava, incredulo, ironico, con la freddezza dell'uomo che ha vissuto, mentre l'onorevole Pietraroia, tranquillo, asc
to, come strappato a quel vaneggiamento d'indolenza, che lo turbava dalla mattina. Tutte quelle donne che aveva viste, con cui aveva parlato, gli a
mere traggono il più facile e più sicuro guadagno; e fra colui che cerca casa e tutte queste donne, un contatto necessario, le comunicazioni interne delle porte chiuse e aperte, in cui si conviveva, un vedersi al mattino, alla sera, nelle ore pericolose della giornata, una dominazione femminile che comincia dalla casa, si estende alla biancheria, poi ai vestiti, poi ai libri, poi alle lettere dell'inquilino, e arriva sicuramente, per vie oblique, sino alla persona. Egli sentiva quanto vi era di drammatico, di comico, di appassionato e di corrot
prepotente, nel suo bisogno selvaggio di solitudine e di forza,