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La conquista di Roma

Chapter 3 No.3

Word Count: 4921    |    Released on: 06/12/2017

e due giovanettine magre, dagli occhi stanchi, non facevano che rivoltarsi indietro, ogni minuto, con le braccia tese, a prendere un c

olor grigio tortorella. Una signora provinciale, vestita di raso granato, con un cappellino bianco che l'affogava, sceglieva lungamente un paio di guanti, discutendo, facendo impazientire i tre o quattro che aspettavano, in un cantuccio: cercava il guanto stretto, non le piaceva che facesse pieghe; poi blaterò contro la deb

a dietro, come all'ultimo momento si era trovato senza guanti, che queste padrone di casa mandano tutto alla malora: e il cl

zzurre a furia di esser nere, i capelli di un biondo giallissimo. Tutta vestita di bianco, di raso, con un cappello coperto di piume bianche, con un ombrellino di merletto bianco,

iondastro brizzolato, dall'aria grande di sciocco decoroso, che la Corte glielo faceva per dispetto: deputato democratico, dell'estrema sinistra, veniva sempre fuori nel sorteggio dei deputati che dovevano ricevere il R

?, mormorò il deputato, col suo

è fatto coi denari dei contribuenti...? r

ra le sfioccature di trina della sua cravatta, ella portava un bigli

to?, disse il deputato demo

e e sale, fumo di cannone, carbonella, sotto cui i calzoni neri avevano un luccicore di panno conservato: erano facce scialbe di alti funzionari, a cui il nastro v

anche, e quando arrivò l'onorevole di Santamarta, un siciliano biondo, dall'aria mefistofelica, a chiederne una, ella si desolò: il marchese di Santamarta era un cliente di tutto l'anno. Proprio in quel momento aveva fin

a in Roma, si recava natu

i andrà con sua sorella. Sono uscito presto di casa, per ques

gran fatica, e un'altra insopportabil

?? domandò dalla porta

n Piazza

rsi di giovanotti, di modiste, di servitori, di cameriere, di mariti disperati, di amanti frettolosi. Ma una famiglia di salernitani, padre, madre e figliuola, il padre impiegato all'Interno, entrarono, e chiesero un paio di guanti per la ragazza. Essi spiegarono subito che andavano alla Camera, che i biglietti li avevano avuti, uno dal loro deputato barone Nicotera, il barone, diceva semplicemente la madre; un altro lo avevano avuto da don Filippo Leale, l'onorev

e la guantaia, a quel profluvio di parole, calzando a stento la mano ross

va i guanti per metterli presto. Davanti al banco era una doppia fila di avventori, che si accalcavano gli uni sugli altri: sul banco una gran

i Orfanelli, e illuminava di traverso Piazza Colonna: la colonna Antonina pareva nera e vecchia in quello spolverio di luc

del palazzo Chigi, sul balcone dell'ambasciata austriaca, le due bandiere si univano, fraternamente. Nella nitidezza della luce, in cui tutto pareva vibrasse, a contorni precisi e taglienti, i tre colori, vividi, gittavano una nota acuta, allegrissima: e il tono giallo del sabbione sparso per il Corso e per la salita di Piazza Colonna sino al Palazzo Montecitorio, si rinforzava. Sulla t

vano, a piedi, lentamente per farsi meglio vedere, discorrendo fra loro, sentendo il piacere di sapersi invidiati dalla folla senza biglietto. Per un momento, vicino ai quattro scalini del portone, vi fu un gruppo di tre signore: una, vestita di nero, brillava tutta, al sole, di perline nere, una corazza lucidissima le imprigionava il busto: l'altra vestita di un bigio delicato, aveva un velo bianco sul viso: la terza era vestita di quell'azzurro ferrigno, allora in moda, elettrico, tutte tre si erano incontrate sulla soglia, si salutavano, si prodigavano le cortesie, ridevano, s'inchinavano, inarcate sui loro stivaletti dorati, sentendosi guardate dalla gente, ammirate, invidiate, prolungando quel minuto di piacere; poi, l'una dopo l'altra, scomparvero dentro Montecitorio. Come l'ora si app

na filza di decorazioni. Le carrozze salivano al trotto dal Corso, senza nessun rumore di ruote, giravano attorno all'obelisco, con una curva molle, e si fermavano innanzi al portone: erano le carrozze dei

a di bianco, le lenti d'oro, l'aria imperturbabile: l'altro, anche piccolo, tarchiato, pallidissimo, con un mustacchietto da collegiale e il sorriso di chi disegna qualche cosa di ridicolo, i dire

pendo di arrivar troppo tardi, per aver un buon posto. La folla delle strade, dei vicoli, dei balconi, delle finestre, sembrava talvolta come colpita da un'improvvisa immobilità, quasi un incantesimo l'avesse pietrificata, come se una immensa invisibile macchina fotografica stesse fotografandola; e si potevano discernere le facce immote, gli occhi sbarrati, le file ammassate, i bimbi tenuti in collo dalle mamme, una carrozza d

di pelle nera e finalmente battè, linea smagliante, sulle canne dei fucili. E di lontano, un rombo lieve, breve, arrivò: l'eco di una cannonata. E

teo, - diceva, sottovoce, con

usero. L'aula era trasformata. Circolarmente, mediante una impalcatura, l'altezza dei settori era stata elevata sin quasi a livello delle tribune, formando così una grande tribuna provvisoria, dove quattro file profonde di pubblico, sedevano proprio dietro le spalle dei deputati dell'ultimo banco; sulle due scale laterali, quelle che

eciale per le signore, quando esse avevano invaso tutto, erano dappertutto, alle spalle dei deputati, fin quasi nell'emiciclo, arse dalla indomabile curiosità muliebre; la tribuna dei militari era tutta un brillare di spalline e di galloni; in quella della presidenza era un gran tender di colli, un arretrarsi di gente desolata, delusa n

ue minuti, non vi era più. Tutto il palco della presidenza era scomparso. Al suo posto, una piattaforma larga a cui si ascendeva per quattro scalini, coperta da un tappeto rosso, si elevava: e su questa un enorme baldacchino di velluto rosso, frangiato d'oro, diviso in tre scompartimenti. Tutto quest

tutto intrecciato d'oro, si faceva indicare i deputati dall'onorevole Rosario Scalìa un deputato siciliano, tutto serio, corretto nel taglio del vestito, con l'aria di ufficiale in borghese, e una piccolissima margherita all'occhiello; e alle spiegazioni tranquille dell'onorevole Scalìa, la brunettina si chinava, guardava con l'occhialetto, appuntando il musetto roseo e ridacchiando. - Oh! era quello l'onorevole Cavalieri, il calabrese, così ingenuamente goffo? - Un patriota? - Sì, capiva bene, ammetteva i suoi meriti, ma aveva troppe decorazioni! - E l'omettino magro, dalla spazzola di capelli biondi tetro e dagli occhi grigi, era quello Guido Dalma, il

ollando il capo per far brillare le perline dei capelli, agitando gli occhialetti da teatro; gli uomini si consolavano, mutuamente, di quella toilette mattinale che avevano dovuto far

a in realtà quell'ambiente le esaltava. Pure nulla di gaio aveva l'aula: e conservava il suo aspetto solito. Avevano certo lavato i cristalli del lucernario, ma la luce di quella mattinata bionda vi filtrava malinconica, vi si attenuava, come la luce fredda, biancastra e umida che passa

amento italiano: tutte le facce avevano un uguale colorito, si assomigliavano, non si potevano riconoscere le persone:

ogo sacro che annientava l'individuo, un recinto che domava l'intelligenza, le volontà e i caratteri, in cui per rialzarsi, per essere uno, bisognava avere il profondo e fervido ardore mistico o l'audacia del sacrilega che rovescia l'altare. E il grande baldacchino reale, tutto rosso scuro, con

pubblico fu ripreso da un riflusso di ammirazione per quella poetica figura, un nuovo applauso strepitoso, assordante, salutò ancora la Regina. E un'agitazione regnava dovunque: sulla scalea a destra, le signore si desolavano, erano sotto la tribuna del corpo diplomatico, non vedevano la Regina; quelle della presidenza, erano felici, non vedevano il Re, è vero, pur troppo, ma vedevano la Regina, a due metri di distanza; quelle della scalea a sinistra perdevano una metà dello spettacolo, tutto il corpo diplomatico, in grande uniforme nella tribuna dei senatori, con le mogli degli ambasciatori e dei ministri italiani - e le tribune del centro, della stampa, del pubblico, dei militari, degli impiegati, vedevano tutto, ma erano lontane; l'armeggio degli occhialini era continuo.

un rotoletto di carta. Sulla giubba di generale aveva solo gli ordini militari stranieri e la medaglia al valor militare. E con l'uniforme stretta e il goletto bianco, i calzoni strettissimi, nell'ombra della cupola rossa, con l'elmo appoggiato sul polso e l'attitudine di un soldato alla posizione, egli sembrava una figura eccezionalmente militare, magra, bruna, robusta, sempre pronta a salire a cavallo, sempre disposta a dormire sotto la tenda: sembrava una di quelle figure degli antichi ritratti di principi so

certi rilievi bizzarri d'intonazione. La Regina, dalla tribuna diplomatica, ascoltava, intensamente, senza sorridere, col bel viso piegato e concentrato nella attenzione: le dame ascoltavano, senza batter palpebra; la tribuna degli ambasciatori, tutta, avea l'aria sorridente di chi già sa; le tribune del pubblico, attorno attorno, ascoltavano e ogni tanto, nell'assemblea, correva come un fremito di soddisfazione: il discorso fu interrotto due volte dagli applausi. A tratti, qualche parola più acuta pareva s'involasse, alata, sotto il lucernario: la pace... l'amministrazione della giustizia... il riscatto finanziario... ma subito la voce si abbassava, come se il Re disdegnasse l'applauso finale che corona le frasi; e in fondo egli si affrettò, come se fosse stanco, le

ano. La massa dei deputati e dei senatori si profilava nera e bianca, dall'alto in basso dei settori: massa di teste energiche e di teste miserabili, di occhi scintillanti e di sguardi di pesce morto, di crani calvi e

vi senatori e un movimento vi fu solo al giuramento di fedeltà del grande latinista piemontese, un clericale. Quello che interessava era il giuramento dei deputati. Depretis ne diceva il nome e il cognom

uò a dire i nomi, e nell'attenzione generale, le voci commosse e le voci tranquille si facevano udire: ora come sorgenti dalle viscere della terra, ora come discendenti dal lucernario. I vecchi parlamentari giuravano, stendendo semplicemente la mano e pronunziando sottovoce la parola: i deputati radicali, che si erano lungamente preparati a qu

itose, a giurar come se nulla fosse, tremavano d'impazienza, mentre il loro nome si approssimava, e poi cavavano un fil di voce che faceva, sorridere il vicino e che la folla non arrivava a udire. Qualcuno giocava stizzosamente con la catenella dell'orologio, e

di Montecitorio tutta soleggiata, e quando la carrozza si mosse e la Regina salutò in giro e il Re agitò l'elmo piumato, dalle strade, dalle

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