Suor Giovanna della Croce
Magnocavallo, sfiorando il muro con la sua veste nera monacale, col suo largo mantello nero che la chiudeva tutta quanta: il viso era scoperto, ma la bend
poche popolane, qualche pinzocchera, qualche mendicante, ascoltava, nella penombra della non grande chiesa, mentre il vecchio sagrestano trascinava i passi, tossendo e scatarrando, mentre il prete appena appena si voltava verso il popolo assente, mormorando le parole sante. Suor Giovanna della Croce si era, quella mattina, anche comunicata. Quando, nel tempo felice della sua vita monaca
- mormorava don Ferdinando
con un profondo sospiro, pensando che nell
enzione, ora benevola, ora schernitrice, alla sua età già avanzata, per quel timore vivo e quasi infantile del mondo esteriore, da cui nulla poteva guarirla, suor Giovanna della Croce aveva scelto la chiesa del Consiglio per le sue divozioni quotidiane; solo per confessarsi, ogni primo giovedì del mese, andava lontano, nella chiesa di Santa Chiara, per trovarvi don Ferdinando de Angelis. Erano appena le sette; la via Magnocavallo era deserta, silenziosa, sporca; qualche raro p
la Vergine, z
a bassa voce, la suora,
sospirando, gemen
la vostra, donna Luisa, ditele che non
involontariamente, la monaca
al confessore, a se stessa, di non occ
lamente. - Gravida come sono, non ho dormito per aprirgli la porta
rato? - mormorò la monac
rna tardi. Ma quando non torna.... io perdo il sonno e egl
mano in tasca, la monaca dette qua
vane come lui perdere le notti.... co
cchi, arrossendo, assumendo un contegn
l Sacramento,
dato
si udì, venendo dal secondo piano, dopo una discreta chiusura di porta, sempre al secondo piano. Una donna, una signora, scendeva lentamente, sola, come stanca, appoggiandosi alla ringhiera: era vestita con eleganza, ma in fretta, coi panni che le pendevano addosso, male aggiustati, male abbottonati: il colletto della sua pelliccia er
era vegliando sino a ora tarda, rincasando da piccole serate di giuochi e di ballonzoli, talvolta avendo, in casa, amici e amiche, facendo del chiasso, giuocando a carte, suonando il pianoforte, qualche volta anche ballando, tra otto o dieci persone. Suor Giovanna della Croce attraversò la fredda cucina e una stanza da pranzo molto poveramente arredata, dove, sulla tavola, erano dei piatti sudici di grasso, dei bicchieri con qualche dito di vino, dei tovagliuoli macchiati; la madre e la figliuola avevano cenato di qualche avanzo del pranzo, rincasando, e avevano lasciato tutto lì, calcolando che suor Giovanna della Croce
zzato tutto quel maneggio sotto gli occhi di lei. Suor Giovanna della Croce si rifugiava presso il balcone, chiuso, del resto, che dava sul Vico Primo Consiglio. Era un vicoletto, piuttosto: nessuno o quasi nessuno lo attraversava, di giorno. Dirimpetto al balcone della monaca, vi erano due balconi sempre o quasi sempre serrati, con le gelosie verdi chiuse e abbassate: raramente, in estate, le mezze gelosie si sollevavano un poco o, un poco, si schiudevano le grandi gelosie, ma senza far nulla o quasi nulla vedere dell'interno. Questi balconi erano a un livello più basso di quello della suora: e si accedeva alla casa, a questo solo primo piano, anzi, a questo ammezzato, da un portoncino sempre aperto, senza portinaio, la cui scaletta di marmo, un po' sporca, giungeva sulla via. Suor Giovanna della Croce aveva finito per amare questa casa dirimpetto che aveva un aspetto così austero e così taciturno: le ricordava, non sapeva come, il monastero di suor Orsola, con le sue fitte gelosie. Talvolta, ella sogguardava fisamente dietro le gelosie, presa da una curiosità bambinesca, ma non arrivava a scorgere niente. Qualche volta, aveva visto una vecchia megera di serva aprire un po' le due imposte verdi e scuotere uno straccio, con cui aveva dovuto spolverare la camera oscura e misteriosa che era dietro quelle gelosie: null'altro. Madre e figlia, Grazia Bevilacqua e sua
va questi atti di adorazione alla Divinità, una tristezza le stringeva il cuore; il costante rimpianto della clausura, della regola rigorosa monastica, della pace conventuale, della vita religiosa, si faceva più vivo. La tela che aveva formato la sua vita di trentacinque anni, era stata lacerata, brutalmente: ed ella non giungeva a riannodare i fili infranti. Tentava di non vivere nel m
er astrarsi, come le aveva raccomandato il suo confessore, ritornava una domanda inqu
, sorridendo, mostrando i suoi denti bianchi, facendo brillare dolcemente i suoi occhi, dicendo delle frasi con la sua voce molle, un po' femminile, delle frasi che, quasi, egli cantava. La madre e la sorella erano costantemente in collera contro lui, per la sua indolenza, per la sua indifferenza, per il suo continuo bisogno di danaro, mentre esse vivevano maluccio, con gli avanzi della fortuna paterna e materna; ma bastava che Francesco si presentasse, tutto bello, tutto elegante, con la sua aria lieta di sè e del mondo, coi suoi sguardi vivaci, col suo sorriso di bel giovanotto fortunato e felice, perchè le conquistasse anche loro. Egli era indifferente, ma carezzevole; egoista, ma gentile; esigente, ma sempre giocondo ad amabile; capriccioso, ma pieno di vezzi e di moine: freddissimo, in fondo, avido di tutti i piaceri, ma celante questa sostanza del suo essere, sotto il più incantevole aspetto. E suor Giovanna della Croce, la vecchia zia monaca, invece di concentrarsi nel ringraziamento al suo Signo
l caffè? - le c
naro, - rispose l'alt
non te n
er sè e un paio di guanti per la signorina: com
- disse suor Giovanna, m
latte, allora. Sapete che il s
giunse la suora, a voce bassa
i, - disse indiffe
edi? Ve
ica perduto, a ventidue anni, -
Una notte fuori di ca
, dove è! - bo
ma semplice e rimasta infantile, che tutto andasse a gloria del Signore. In casa Bevilacqua ella seguitava la sua opera di domesticità, ma con minore soddisfazione, in quella oscura e gelida cucina, tra quei poveri arnesi che sua sorella non pensava a rinnovare, tutta dedita all'apparenza e a un falso lusso della persona: seguitava, in compagnia di quella serva brontolona, ingorda, avida, pettegola, la cui lingua spesso correva al discorso turpe e alla bestemmia, soffrendo di quel contatto, ma soffrendone in silenzio, rassegnatamente. Quaranta, quarantacinque anni prima, quando erano nella casa paterna Bevilacqua, lei e sua sorella erano servite, godevano di un'agiatezza secura: ma gli anni erano passati, sua sorella aveva divorato, con suo marito, tutta o quasi tutta la sua fortuna e quella di casa Fanelli: era vedova, adesso, con due figli, con rendite scarse, con una ragazza da maritare, con un figliuolo ch
ai nipoti, appena le avessero restituita la dote. Le due donne non dicevano nulla, non chiedevano nulla: quando zi monaca metteva fuori dei soldi, delle lire, voltavano la testa in là, fingevano di non vedere. Ed ella non si era fatta nè una camiciola di flanella, nè una sot
a si voltavano e si giravano nel letto, non avendo voglia di alzarsi, sbadigliando, la madre dal viso sci
? - domandò la raga
pranzo. è già stata a me
re in grazia di Dio, - mormor
a porta, perchè avevano picchiato. E si trovò avanti il nipote, Francesco Fanelli, il be
a vecchia suora.
, sempre amabile, prese la mano rugosa e un po' call
n un amico, - disse, come
affè e latt
dere, felice di servirlo. Egli la
ca, mi fat
he
parte di viaggio. Pres
e questo denaro per darglielo. Egli fumava una sigaretta e canticchiava. Grazia e C
sua sorella sepolta viva, per mezzo di preti, di confessori, era riuscita a saper l'indirizzo di suor Giovanna della Croce e, malgrado i suoi settant'anni e i suoi acciacchi, venendo dall'estremo quartiere di san Giovanni a Carbonara, in dieci mesi tre volte aveva picchiato alla porta di suor Giovanna, per farle una lunga visita. Le due monache restavano sole, in queste visite, e un po' taciturne in sulle prime, guardandosi nel volto come per riconoscersi meglio: non si baciavano, non si toccavano la mano, poichè questi segni di affetto terreno sono proibiti, fra le suore. Si guardavano, sospirando: e nelle rughe che fitte solcavano il floscio e bianco volto di suor Francesca, che era stata una giovane grassoccia e rosea, nelle rughe fini che si diramavano intorno agli occhi, intorno alla bocca della bruna e magra faccia di suor Giovanna, nella espressione di stanchezza rassegnata e pure dolente di suor Francesca, nel senso di malinconia ancora ardente, anco
la Santa, a Napoli, ma in una chiesa verso Mergellina, alla fine del Corso Vittorio Emanuele: come ci posso andare, così distante dalla casa mia? Anche con l'omnibus, ci vorrebbero due o
giunavo tutti i giovedì, vigilia del venerdì, in cui è morto nostro Signore: Adesso, non lo posso fare più. Mia sorella dice che sono divozioni che fanno male alla salute, mia nipote Clementina mi burla e mio nipote Francesco di
ti ben fortunati di non aver avuto figli: quel poco che hanno basta appena appena a loro. Io non ho il coraggio di chieder loro nulla. Per due mesi, dopo che ci hanno cacciate dal convento, mi hanno tenuta con loro, senza farmi pagar niente, ma sono stati dei gravi
senza interlocutore, pianissimamente, con ritmo eguale di voce, come lo scorrere costante e monotono di una fonte. Talvolta, come adesso, ambedue tacevano: sogguardavano nel
chinandosi un poco verso la sua vecchia com
e, Giovanna, non ho avuto la forza di mangiare il pane dei miei nipoti, così, senza far nulla per loro. Sul principio, non volevano: si ve
he pa
o anche più profondo. - Mi danno una stanza, il pranzo, la servitù, l'imbiancatura, per queste qu
me man
convento, - disse suor Francesca,
da otto mesi, n'è vero? Dovete così
ola elemosina.... un paio di scarpe che mi son dovuta comprare.... certi fazzoletti.... io non ho più che seicentocin
suor Francesca, - riprese
la speranza, i
estituisca
è fatto del chiasso allora e, per far tacere la gente, ci hanno dato quel denaro. Ora, tutti ci hanno dimenticate. Io ho una sola speranza: ed è
ncora. Penosamente, s
chè sono meno vecchia di voi. Debbo raccomandarmi a Dio,
voi paga
la mia. Erano agiati: sono, adesso, in ristrettezze. Non voglio dire per causa di chi e perchè, non debbo far giudizi maligni o
te spes
- rispose, con voce s
uan
seicen
ire? Gesù! P
la metà,
e avete
evo un piccolo libro dove, ogni giorno, scrivevo q
re! è troppo,
che ha tanti bisogni.... è un giovanotto.... si vuole sposare.... ce
- chiese suor Francesca delle Sette Parole, sog
gliene
di quel giovane che do
morto. Se non fosse morto, io non sarei venuta qui, -
della tentaz
Silvio Fanelli fosse stato ancora vivo. Sarebbe stato ridicolo e sciocco, ritornare qui. Ma non vi è più: da un pe
uolo gli r
, mo
confessata di
amente suor Giovanna della Croce.
hanno a
tato a non dar più il mio denaro,
ndo non ne avrete
stringendo le mani nelle ampie manich
ue anni; ma voi
. Quando venne.... non dovrei dirlo, è troppo triste.... non mi parlò di danaro, non fece che condurmi qui, ma io restai sospettosa, diffidente: non mi aveva mai voluto bene, mia sorella. Perchè mi raccoglieva? Sulle prime, non mi hanno detto nulla. Fra le altre cose credevano che io avessi accumulato del denar
dote, - disse, monotonamente, s
da persone del Governo: gli ho dato cinquanta lire alla volta. Sempre ha portato delle buone notizie. Si rincorano, fanno i loro conti, rimandan
e? - chiese suor Fra
ona stanza, vedete. Io lavoro in casa: fo di tutto. Non servo loro, servo il Signore. Ci avevano abituate alla fatica, vi rammentate? Ma faticavamo in letizia, allora
nza, pa
anno in chiesa la domenica, solo per occupare un'ora. Fanno la burletta sulle cose della religione. Io mi alzo e vado
, nelle tr
vrò più un soldo e quando costoro avranno perduto ogni speranza di avere le ventimila lire! Ora, v
etti, suor Giovanna, - mormorò s
nessuno. Così potessi! Questo merletto serve per l
simile, lo po
. Il volto molto bianco, di un bianco di cera, di suor Francesca delle Sette Parole si dist
e giornate, qui
viste, che non schiudono mai le finestre, nè i balconi. Nessuno mi osserva: io
r Francesca delle Sette Parole. - Niente vi somigl
ppo p
r sognato; penso che ho sognato. Vi rammentat
me del Purgatorio! Ed era così brava nel fare i letti, tutte quan
, della sua nascita: ma era un piccolo difetto. Se ne pentiva, poi si batteva il petto, mi ricord
rano care, ma suor Veronica del
a lei, perchè mi affidasse alla Madre e al Figlio: ed essa, talvolta, restava ore intiere, inginocchiata in esta
i lo
saputo più nie
essuna. So
conoscere qualche cosa, Giovanna mia. Ho cercato, ho cercato: ma non ve
attrice, - disse, esaltatamente, suor Giovanna della
zio, un lungo s
e essere morta, - soggiunse suor Fran
sia morta? V
separammo, compresi che non poteva
lei, se
lei, se
levò per andarsene. La visita era durata molto. Anche l
ia, insieme, - propose s
n poco. Si
l'omnibus, sino lagg
e paura, s
ome me? è tardi: non vi sono neppure monelli, per corrermi die
se Suor Giovanna. - Grazie de
vorrà Iddio. Forse, mai più: meg
benedic
ta voi, s
elle bende: l'altra monaca rimase, a capo basso, stringendosi nel mantello, sotto le vesti nere, con la fronte chiusa sotto la
poste, quietamente, seduta presso il gramo letto. Clementina Fanelli aveva battuto il piede pel dispetto e si era morsicate le belle labbra, sempre un po' pallide: era una bionda molto scialba, dai capelli di un biondo cenere arruffati sulla fronte e alle tempie, dagli occhi di un azzurro biancastro, dal naso all'insù, con un'aria di freddezza, d'indolenza, di seccaggine, in tutta la persona alta e sottile. Vestiva bizzarramente, del resto, anche in casa, di chiaro, con u
zia, entrando, avvicinandos
esso, la nipote si era installata dietro i cristalli e fissava il balcone dirimpetto, nel vivace e rumoroso Vico Lungo Teatro Nuovo; dietro i cristalli, il giovanotto con cui ella amoreggiava, era fermo aspettandola al convegno. Si guardavano, si sorrid
aveva aperto i cristalli, con voce moderata, dalla soglia del balcone. Come aveva cercato di non vedere, triste, imbarazzata, la vecchia monaca tentò di non ascoltare, e s'immerse in altre orazioni, s
tasera,
to. Animata e colorita, durante quella breve scena di amore, Clementina riprendeva, ora, il s
emen
mon
le domandò la vecchia suora, guardan
ose la fanciulla s
ane.... - mormorò la monaca, che non
, impertinentemente. - Io voglio bene a Vincenzi
mia, non sta bene! - e cro
o il mondo amoreggia, - con
non tutti,
ia. Tutto il mondo amoreggia e io pure. Tutte le mie amiche h
Giovanna della Croce, il cui volto pien
ragazza e non debbo nascondere che amoreggio. Sono le donne marita
la povera monaca, scandalizzata,
ubblica sicurezza, che ogni sera viene a trovarla nel casotto; e Concetta gli fa trovare il caffè e il bicchiere di vino. è maritata o no, Concetta? Qua sopra, al secondo piano, l'avvocato de
parlare così! - esclamò la monaca che
non sono più stupide come una volta, a tempi vostri, zi monaca! Foste stupida voi ad andare nelle sepolte vive, per
mani tese, chiedendo, imponendo silenzio alla creatura sfacciata, che
onaca.... ho i
indietro, e cavò una let
arvi questa lettera che
offeso, di vergogna, innanzi a sua nipote. Così, non potette aprire subito quella lettera, tenendola nelle mani, distrattamente, quasi non vedendola, quasi essendosene dimenticata: si andò a gittare sulla sedia, nel vano del secondo balcone, quello che dava sul Vico Primo Consiglio, dirimpetto alla casa muta e cieca. Teneva curva la testa, curve le spalle: si sentiva piegata so
e alla casa oscura e silenziosa. Suor Giovanna della Croce teneva il tombolo del merletto sulle ginocchia, ma non lavor
e gonfio di un cattivo grasso: una costante espressione di malcontento torceva quella bocca, che era stata molto bella. Come sua figlia Clementina, Grazia indossava una vestaglia sgargiante, ca
interesse e senza curiosità,
e suor Giovanna,
qualche cosa? - replicò l'
n voglio nul
tempo? Ho avuto tanto da fare
ia di Gesù e di Maria, - ris
'importante alla sorella. La guardava: le bianche e flosce palpebre batte
- chiam
iamami Giovanna, - soggiun
per me è tutt'uno. Purchè ti rico
, in cui si trovava, levò gli occhi in v
a stento; tu lo vedi. Non è colpa mia, credilo. Silvio, mio marito, si è divorato quasi tutto il suo avere e una parte della mi
i queste cose,
onaca: queste cose del mondo, non le puoi capir
ti a
, come faremo? Perciò porto in giro la ragazza, perciò faccio dei sacrifizii per far vestire bene Francesco: qualche buon p
a pace, - disse la suora
a. Aveva fatto tutto quel preludio fra queru
asa, cioè trecentosessanta lire, a novanta lire il mese, ed egli strepita per averle
h,
repito per questa sua brutta casa, c
iese, inconsciam
Consiglio, verso la casa sbarrata e muta. - Alle corte, io ho cento lire da dare al padron di
- mormorò con voce umile suor Gi
clamò, con un principio d'ira
e ho, p
ai fatto del
le de
pagare un soldo, di parte tua, in c
- disse semplic
o molte! - e la sua voce diventava f
.... le ho date a te.... a Fra
ancesco? Quanto gli avrai dato? Non hai più niente? - E la guardava,
o, - disse suor Giovanna della Croce, la
quanta lire! Te ne farai un cataplasma, di queste cinquanta lire: e io pure! Hai sciupato novecentocinquanta lire: e qui ci sfrattano dalla casa! Hai gittato il tuo denaro e se ti serve una
a triste: ma il rinfaccio crudele della sua miseria e del suo abbandono, il rinfaccio del tetto e del cibo datole quasi in elemosina, e quel costante, perenne ricordo del suo amore p
la biancheria, possiamo girare lacere? E questa egoista ha buttato mille lire! Come si fa? Ma tu, cuore ne hai? Gratitudine, ne provi? Che monaca sei? Solamente di Gesù Cristo, ti
diede un'occhiata smarrita
e tue ventimila lire, firma una cambiale.... - dis
lire? - disse la m
il Governo e che tu, se hai viscere di donna, de
roce levò la testa, chiuse un
n ho pi
e? Ch
lla, - ripetette, fe
! Il Governo non ti de
restituirà più nie
detto? Chi t
ra, di ansietà, di smarr
hanno
o ha scrit
disse la monaca, da
fu un lungo silenzio fra le due sorelle. Suor Giovanna d
to, dunque? -
to è
no al mese? Qu
- rispose senz'altro su
vo, si
esso di rabbia, Grazia Bevilacqua, - dovendo dormire, mang
oce aprì le braccia co
are? - disse Grazia,
trasalì,
crudelmente. - Ho speso troppo, me ne pento, ma la cosa non può continuare. Le tue
se, senz'altro, suor
lla. Le tue mille lire, le hai disperse. Chi ne ha visto un soldo? Le tue qu
, - replicò suor G
nna della Croce aspettò, immobile, rigida, che la sorella fosse lontana, all'altro capo della casa. E quando fu certa di non essere u
! Vergine dei Dolori
imposte per lunga abitudine conventuale, tutte le monache dovendo levarsi all'alba, per le preghiere del rito. L'ombra favorisce troppo il sonno, l'infingardaggine, i sogni e tutte le altre tentazioni della vita profana. La suora, quella notte, aveva avuto un riposo scarso e inquieto. Due o tre volte le era parso di udire del chiasso nel Vico Primo Consiglio, come qualche altra notte: voci irate, mescolate a grandi sghignazzamenti, una canzone di voce briaca, un ritor
di preghiere, di parole e di gesti ripetuti mille volte, quando era nella calma, sepolcr
tto quel susseguirsi di gesti e di atti religiosi, di preci e di litanie, che si legavano l'uno all'altro, ma bene la fede li ha riuniti e li ha imposti, come un freno naturale a ogni orgasmo fisico, come esercizio, se non di elevamento, di pacificazione. Quando tutto ebbe finito, suor Giovanna della Croce andò in cucina, attraversando la casa in punta di piedi, per non risvegliare la sua avida e crudele sorella, i suoi sfrontati e duri nipoti. Con quell'abitudine sempre crescente della domesticità, della servilità, ella
conda che conduceva a quella abitata dall'avvocato de Gasperis. La suora andava versando il caffè nella tazza lentamente, provando già un piacere in quell'aroma, quando udì un violento battere di porta, sopra, al secondo piano: la porta a vetr
va il viso, con la pelliccia stretta sulla persona. Adesso, ella aveva la pelliccia semplicemente gittata sulle spalle e le vesti un po' discinte, sempre male abbottonate: portava la sua veletta in mano e mostrava un viso gracile, gentile, pallido, con un paio di occhi dolci, stralunati, una bocca fine e rosea come una tenue rosa. Mentre scendeva, taciturna, senza guardare gli scalini, silenziose lagrime le si disfacevano sulle guancie. Come ella rallentava il passo, quasi non volendo, quasi non potendo più camminare, d
ogni mese, a Napoli, all'Ufficio dei Beneficii Vacanti; e che si fosse presentata per ritirare i suoi documenti certificativi, per poi, ogni ventisette del mese, avere il suo assegno. Ora, quel giorno era il venti febbraio. Suor Giovanna della Croce aprì un portafogli e contò il denaro che le restava delle mille lire che sua sorella e i suoi nipoti si erano venuti divorando man mano: non aveva che cinquantasette lire. E
invero: ma la strada vi arrivava, vi entrava, con tutte le sue cose brutte, nelle persone, nei loro atti, nei loro detti. No, non aveva amato nulla di quella stanza; forse era ingrata, poichè vi aveva avuto dei lunghi momenti di quiete e di raccoglimento: non vi aveva amato nulla, poichè l'ospitalità che le aveva dato, non era stata basata sulla tenerezza e sulla pietà, ma sul calcol
n contemplazione, in assorbimento. Sempre quella casa muta e cieca, dirimpetto, aveva prodotto su lei un effetto di pace: non so come, qualche volta, le era parso che quella muraglia fosse quella di un convento, quelle gelosie le gelosie, di un convento, sempre
ella viottola, da cui il suo balcone non era più alto di quat
teneva le mani in tasca, come per riscaldarle. Infatti, il freddo era vivissimo, tagliente. Dietro i cristalli, guardando curiosamente il giovanotto, suor Giovanna della Croce ebbe un brivido dentro le sue lane nere, che male la proteggevano contro il rigore della tramontana. Non passava alcuno, neppure più giù, verso il Vico Lungo Gelso, neppure verso la più larga Via Speranzella, sempre animata: anche il Vico Lungo Teatro Nuovo era deserto. L'ora e il freddo glaciale prolungavano il sonno, anche dei più mattinieri. Così, in quell'angolo, non vi erano che quel giovane appoggiato al muro, con la espressione di una paziente e sicura attesa sulla faccia, e la monaca, su, dietro i suoi cristalli, con una misteriosa curiosità nell'anima. El
panno bianco e fermato con gli spilli, ella ritornò al balcone. Il giovanotto era ancora dietro il suo angolo, ad aspettare. Adesso, però, suor Giovanna della Croce osservò un particolare anche più strano: quel giovanotto si nascondeva, lì dietro: stava appostato. Di fatti, era passato di lì il caffettiere ambulante, con un bracierino portatile pieno di carboncini accesi su cui si reggevano le caffettiere, e una serie di tazzine infilate alle dita dell'altra mano: appena il giovanotto lo aveva visto, si era messo subito a fischiettare, come un essere spensierato e gaio, e mossosi dal suo posto, aveva fatto dei passi per allontanarsi, scant
per spiccare un salto feroce e afferrare la preda. La monaca, in preda a una paura sempre più affannosa, non dubitava più che quello sconosciuto non fosse lì, animato da una intenzione oscura ma terribile: pure ella non
te, lungamente, come chi ha passato troppe ore in un ambiente chiuso e soffocante. Poi si avviò, con passo fermo, scendendo il Vico Primo Consiglio, dondolandosi un poco, come fanno tutti i marinai: non guardava nè a destra, nè a sinistra, andava innanzi, sempre diritto. Il giovanotto appostato non aveva fatto che un solo gesto, cioè cavata la mano destra dalla tasca: aveva lasciato pa
, le gelosie del balcone dirimpetto che, sotto l'urto, si erano dischiuse, rompendo la catena di ferro che le teneva unite: una donna era apparsa, curvandosi sul balcone, interrogando le vie, intorno. E, poichè il marinaio giaceva lungo disteso
, Gennarino
nato, cominciarono a gridare, anche esse: delle altre
, Gennarino
i rossetto e gli occhi tinti di nero: i capelli neri formavano un alto casco, lucido di pomata: la fisonomia era piacente, ma volgare. E le altre donne erano in vestaglie vistose, in maniche di camicia e sotta
, Gennarino
avano al soccorso, dal balcone aperto, una grande stanza a divani rossi, a specchi dalle cornici dorate; e a malgrado la sua ignoranza, la sua innocenza, la sua cecità, ella compr